Diallele



Ho suddiviso questo lungo post in due parti: ciascuna con una sua relativa autonomia.
Ciò consente ai più pigri, o frettolosi, di andare direttamente a leggersi la Parte Seconda, dove è situata un'ulteriore analisi fenomenologica delle teorie esposte nel "manifesto di Ventotene".
La speranza, del tutto irrealistica, è che questo complessivo scritto possa servire (al di fuori della cerchia degli affezionati e attenti lettori di questo blog) a chiarirsi le idee, in generale piuttosto confuse, sul già di per sè confuso "manifesto" medesimo.

PARTE PRIMA- L'UTOPIA €UROPEISTA E LA PACE E IL BENESSERE "PERCEPIBILI".
1. Riprendiamo a caldo il discorso sulla globalizzazione come sistema di regole da trattato internazionale (e quindi come frutto di scelte politiche degli Stati stipulanti, col problema della conformità di tali scelte alle norme costituzionali fondamentali di ciascuno Stato), sapendo che si tratta di una questione che, se affrontata nei suoi oggettivi termini scientifici, cioè economici e giuridici, porta inevitabilmente allo scontro con una paradigma culturale granitico e, ormai, inscalfibile da parte delle legittime aspettative democratiche.
L€uropa, come indubbia massima realizzazione istituzionale della globalizzazione, in quanto da sempre concepita in una progressione verso il governo mondiale (dell'ordine sovranazionale dei mercati), è anche un'inespugnabile roccaforte di ogni tendenza istituzionale alla disattivazione della democrazia sostanziale e della giustizia sociale.


2. Le altisonanti enunciazioni servono da facciata a questa costruzione. Diceva Rosa Luxemburg, proprio sull'idea di Europa unita:
"Il carattere utopico della posizione che prospetta un’era di pace e ridimensionamento del militarismo nell’attuale ordine sociale, è chiaramente rivelato dalla sua necessità di ricorrere all’elaborazione di un progetto.
Poiché è tipico delle aspirazioni utopiche delineare ricette “pratiche” nel modo più dettagliato possibile, al fine di dimostrare la loro realizzabilità. A questa tipologia appartiene anche il progetto degli “Stati Uniti d’Europa” come mezzo per la riduzione del militarismo internazionale.
Quello che consente alle "ricette pratiche" di prosperare indisturbate nella loro cosmetica contradittorietà, dissimulatrice di fini occultati, era stato evidenziato in premessa dalla stessa Luxemburg:
"Solo coloro che credono nell’attenuazione e mitigazione degli antagonismi di classe, e nella possibilità di esercitare un controllo sull’anarchia economica del capitalismo, possono credere all’eventualità che questi conflitti internazionali possano essere rallentati, mitigati e spazzati via. [...]
Perché gli antagonismi internazionali degli stati capitalisti non sono che il complemento degli antagonismi di classe, e l’anarchia del mondo politico non è che l’altra faccia dell’anarchico sistema di produzione del capitalismo. Entrambi possono crescere solo insieme e solo insieme possono essere superati. “Un po’ di ordine e di pace” sono per questo impossibili, al pari delle utopie piccolo-borghesi sulla limitazione delle crisi nell’ambito del mercato capitalistico mondiale, e sulla limitazione degli armamenti nell’ambito della politica mondiale".



3. E la Luxemburg, nella sua limpida visione socialista, definì con profetica precisione l'incompatibilità tra istanze democratiche sociali e federalismo europeo, molto prima che Hayek, con la sua lucidità pragmatica e spietata (qui, p.13) ne definisse i caratteri, configurando un'immagine in negativo esattamente coincidente con quella da lei anticipata:
"L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione della socialdemocrazia. [...]
In quanto seguaci della concezione materialistica della storia, noi abbiamo sempre sostenuto l’idea che i moderni stati, al pari delle altre strutture politiche, non siano prodotti artificiali di una fantasia creativa [...] ma prodotti storici dello sviluppo economico. Ma qual è il fondamento economico alla base dell’idea di una federazione di stati europei?

L’Europa, questo è vero, è una geografica e, entro certi limiti, storica concezione culturale. Ma l’idea dell’Europa come unione economica, contraddice lo sviluppo capitalista per due ragioni. Innanzitutto perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi non europei...
...Solo distogliendo lo sguardo da tutti questi sviluppi, e immaginando di essere ancora ai tempi del concerto delle potenze europee, si può affermare, per esempio, di aver vissuto quarant’anni consecutivi di pace.
Questa concezione, che considera solo gli avvenimenti sul suolo del continente europeo, non vede che la principale ragione per cui da decenni non abbiamo guerre in Europa sta nel fatto che gli antagonismi internazionali si sono infinitamente accresciuti, oltrepassando gli angusti confini del continente europeo, e che le questioni e gli interessi europei si riversano ora all’esterno, nelle periferie dell’Europa e sui mari di tutto il mondo.
Dunque quella degli “Stati Uniti d’Europa” è un’idea che si scontra direttamente con il corso dello sviluppo sia economico che politico [...].
Che un' idea così poco in sintonia con le tendenze di sviluppo non possa fondamentalmente offrire alcuna efficace soluzione, a dispetto di tutte le messinscene, è confermato anche dal destino dello slogan degli “Stati Uniti d’Europa”.

Tutte le volte che i politicanti borghesi hanno sostenuto l’idea dell’europeismo, dell’unione degli stati europei, l’anno fatto rivolgendola, esplicitamente o implicitamente, contro il “pericolo giallo”, il “continente nero”, le “razze inferiori”; in poche parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo".


4. Oggi L€uropa produce effetti così concreti e così tangibili, in dinamiche che oggi si ripropongono con grande chiarezza, che ogni cittadino può toccare con mano il proprio immiserimento causato dalla conflittualità tra Stati €uropei, cioè dalle regole di competizione mercantilista volute dai relativi trattati, e la propria esposizione ai conflitti che da fuori degli "angusti confini del continente europeo", si ripercuotono dentro questi stessi confini:

Dal golpe del 2011 la #povertà è in aumento esponenziale. Italiani sacrificati sull'altare dell'#euro da una classe politica di traditori pic.twitter.com/KxdAuZCr76
— Donatello? #ItalExit (@donaturtle1) 20 aprile 2017


Dal golpe del 2011 la #povertà è in aumento esponenziale. Italiani sacrificati sull'altare dell'#euro da una classe politica di traditori pic.twitter.com/KxdAuZCr76
— Donatello? #ItalExit (@donaturtle1) 20 aprile 2017


@natolibero68 @LucianoBarraCar @GiuMonAv @marcofurfaro @BabboMau @pbersani mi hai fatto ricordare uno dei commenti + belli di Bazaar https://t.co/whl616XUKV ci sentiamo domani pic.twitter.com/75zM5gEjH9
— Luca (@smigol73) 19 aprile 2017


Ma l'importante per i collaborazionisti è raggiungere il pareggio di bilancio. Che gli importa della sicurezza? https://t.co/VMioSU0btX pic.twitter.com/7vp1qs7gsY
— Salto di Quirra (@SardusAutocton) 18 aprile 2017


Il servo chiede pietà ai padroni. https://t.co/JCs3XjBenS
— Gavino Sanna (@GavinoSanna1967) 21 aprile 2017


?? #Paris Xavier J., le policier assassiné hier, avait assisté au concert de Sting, pour la réouverture du Bataclan. https://t.co/bOmG043eT2 pic.twitter.com/p5qsUY6oAo
— Actu17 (@Actu17) 21 aprile 2017



5. Perdonate questa rapida rassegna esemplificativa di una realtà che tracima. La tragicità dei fatti sta nella loro ineluttabilità, pur dopo che erano stati definiti nella loro prevedibilità:

Nous vivons et vivrons durablement avec la menace terroriste. #RTLMatin
— Emmanuel Macron (@EmmanuelMacron) 21 aprile 2017


"La paura è naturale, dobbiamo farla diventare una risorsa, per la sicurezza collettiva" dico @Corriere dopo #Nizza https://t.co/akmvHDhysN
— Enrico Letta (@EnricoLetta) 16 luglio 2016


I cittadini €uropei, dunque, devono convivere con un futuro in cui sia il terrorismo che la "durezza del vivere" sono delle condizioni fisiologiche: cioè ansia, insicurezza e paura. E questo pur di avere...pace e benessere.


PARTE SECONDA- MANIFESTO DI VENTOTENE, SOVRANISMO E COSTITUZIONE. IL RUOLO (DIMENTICATO?) DELL'EGEMONIA TEDESCA.
6. In connessione a tutti questi temi, così tante volte approfonditi su queste pagine, ci imbattiamo in un'intervista di Zagrelbesky su "Il Fatto Quotidiano" odierno.
Sulla prima domanda dell'intervistratrice, Z. muove da una definizione lapidaria di "sovranismo":
"Parola nuova, in uso da quando una vasta opinione pubblica ha messo in discussione le condizioni di partecipazione all'Unione europea. Ha un'accezione spregiativa (ndr; instaurata da chi? E sulla base di quali razionali argomentazioni e reali finalità?): si chiamano sovranisti (ndr; secondo Z. e senza alcuna indicazione delle fonti di questa deduzione) coloro che propugnano protezionismo economico e razzismo più o meno mascherato".
Dal che desumiamo che Z. sappia perfettamente cosa siano il protezionismo e le sue implicazioni in quanto stabilito nella nostra Costituzione (almeno secondo Federico Caffè, che pure delle teorie economiche accolte dai nostri Costituenti qualcosina sapeva, e secondo gli ispiratori della Costituzione economica come Kaldor e Keynes), e che propugni la massima apertura liberoscambista come soluzione di pace, certamente non disgiunta dall'adozione di una moneta unica che sarebbe, per necessità implicita, un altro strumento di pace. E tralasciamo per ora il "razzismo", che appare un vero e proprio insulto a una presunta parte avversa che risulta identificata in modo quantomeno approssimativo.


7. Eppure questo drastico e aprioristico anelito di condanna del sovranismo, consente a Z. una peculiare "presunzione assoluta": il sovranismo è razzista e protezionista, e va distinto dalla sovranità prevista dalla nostra Costituzione. In essa, infatti, "ricorre il vaocabolo "sovranità". E aggiunge Z:
"La nostra, come tutte (ndr; tutte? Magari Lelio Basso non sarebbe d'accordo v. p.8...) la Costituzioni democratiche di questo mondo, nasce dall'esercizio di un potere sovrano, il potere costituente che decide sui fondamentali della convivenza. Partendo da questa premessa, la nostra Costituzione afferma - ripeto: sovranamente- di consentire in condizioni di parità con gli altri Stati, limitazioni di sovranità...La nostra, per dir così, aperta (ndr; dunque, a differenza di quella tedesca...), Ma le limitazioni ammesse sono solo quelle previste in vista della pace e della giustizia tra le Nazioni, non quelle al servizio della finanza internazionale o di qualunque potere burocratico o militare".
E qui già ci sarebbe stata una precisazione da fare: limitazioni o cessioni? Non è un punto secondario, visto che, apertis verbis, L€uropa, per bocca delle sue istituzioni, parla di cessioni, cioè di esercizio dismesso in modo definitivo, irreversibile e illimitato, della sovranità popolare democratica prevista dalla Costituzione.
Oltre al glissare su questa pur fondamentale distinzione, che contraddice quanto pareva legittimo, in un tempo ormai lontano, a Mortati (...la Costituzione attribuisce al popolo soprattutto l’esercizio della sovranità e l’esercizio della sovranità è “praticamente è tutto”; in assenza di concreto esercizio, la sua titolarità è “nulla”: il che dovrà pur valere di fronte ad un trattato che reclama illimitate cessioni di sovranità e elide sistematicamente il senso stesso dell'espressione del voto popolare!), rimane fuori dal discorso anche l'altro termine di paragone costituzionale della legittima "limitazione" della sovranità: le condizioni di parità con le altre Nazioni, un requisito fermamente voluto dai Costituenti e che, quindi, un qualche senso, da verificare con estrema attenzione, ce lo deve ancora avere (p.3-3.1.).


8. Ma siccome, partendo da Rosa Luxemburg, abbiamo evidenziato le contraddizioni inevitabili in cui incorre la realizzazione dell'utopia federalista europea, esaminiamo pure il passaggio successivo dell'intervista di Z., che, pure, critica la "cessione di sovranità" realizzatasi nei fatti:
"L'obiettivo, di fatto, (della nostra "sovranità aperta") si è rovesciato in cessione di sovranità politica a favore di sovranità senza popolo, che poco o nulla hanno a che fare con quelle originarie. A proposito di vicende europee: un'altra parola usata a vanvera è Ventotene".
Arriviamo dunque al "manifesto" fatidico:
"Sì, quello che tutti citano anche se non sempre con profitto. Risale al 1941, cioè a un tempo in cui non si poteva sapere quale sarebbe stato l'esito del conflitto mondiale. Ventotene racchiude l'idea di un grande movimento federalista come fusione di intenti tra il mondo del lavoro e quello intellettuale. Quella alleanza si doveva basare sulla lotta alla finanza parassitaria, al militarismo, alla burocrazia, in favore di una società europea che si riconoscesse nell'uguaglianza, nella giustizia e nella pace..."

9. In effetti, non si sapeva come sarebbe andata a finire, ma il "manifesto" aveva preteso di prefigurare uno scenario valido in ogni caso. E che, molto concretamente, prendeva atto della ineluttabilità del dominio tedesco in Europa. Infatti, l'affermarsi dell'egemonia tedesca è la stessa contingente, e dunque storicamente relativa, premessa di tutto il ragionamento federalista svolto nel manifesto:
"Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali".
Ora, senza dilungarsi troppo sugli evidenti limiti di questa ipotesi iniziale, infatti rivelatasi erronea, basterebbe, per l'ennesima volta rammentare che la fase del costituzionalismo democratico in Europa ha superato tale premessa del "manifesto", rendendola inservibile: e ciò dato che, su tutti l'Italia, gli Stati nazionali hanno ridisegnato sovranità democratiche fondate sull'eguaglianza sostanziale e sul ripudio della guerra nelle relazioni internazionali.
Ancor più, l'ostinazione a seguire, senza alternative, il federalismo europeo come via "unica alla pace", nonostante la conquista di un'autosufficiente stabilizzazione della pace cooperativa tra Stati nazionali a costituzioni democratiche (una situazione che non aveva certo bisogno né di cessioni di sovranità, né di integrazioni economiche liberoscambiste), ha ripiombato l'Europa stessa nel dissolvimento degli Stati nazionali, nella loro dimensione sovrana e democratica, sotto la pressione della competizione mercantilistica instaurata dalla Germania con la copertura dei trattati e della moneta unica.


10. Una ben paradossale conclusione "circolare" - cioè di azione che torna al suo punto di partenza, appunto il collasso degli Stati democratici nazionali sotto la pressione dell'egemonia tedesca, con un vero e proprio effetto boomerang-, cui si perviene seguendo la nota premessa storicamente errata del manifesto.
Il "rimedio" (conseguente all'erronea diagnosi storica) indicato nel manifesto, rende addirittura inquietante, in termini di democrazia quale contenuto e finalità intrinseca del costituzionalismo, una delle sue più note e citate "conseguenze operative":
"La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale".


11. Già questo discorso era di per sé oggettivamente confuso: o gli Stati nazionali furono la causa delle degenerazione guerresca dei rapporti intraeuropei o lo fu l'egemonia militaresca della Germania.
A meno che il "nazionalismo" da condannare, sia pure con una certa approssimazione dell'analisi (come, nell'immediato dopoguerra, avevano ben chiaro la Arendt e Pietro Nenni), non sia soltanto...l'imperialismo tedesco.
Non si può attribuire alla natura degli aggrediti e "sottomessi", gli Stati nazionali, la colpa dell'aggressione e qualificare aggressore e aggrediti tutti come guerrafondai (sarebbe come dare ragione al lupo nella sua nota disputa con l'agnello).
La "conquista del potere politico nazionale", in una cornice di recuperata democrazia costituzionale, non ha alcuna attinenza univoca con "il gioco delle forze reazionarie": è la normale dialettica della democrazia pluriclasse nella cornice costituzionale.


12. Ma poi "forze reazionarie" che reagiscono a chi e a cosa?
La premessa da cui muove il "manifesto" era che gli Stati si fossero dissolti sotto il peso della travolgente offensiva militar-imperialista tedesca: e, dunque, la "reazione" a tutto questo, nei fatti della Storia, s'è rivelata essere la lotta di liberazione nazionale contro gli occupanti tedeschi, che in Italia, fu quella lotta patriottica denominata "Resistenza", che certo non potrebbe correttamente essere tacciata di costituire una "vecchia assurdità", legittima solo a condizione di divenire "strumento per realizzare l'unità internazionale"!
Questo genere di problemi era stato affrontato e risolto, nella nostra Costituzione, proprio nel dibatitto sull'art.11 (cui ancora si rinvia), e, dunque, la premessa e la conseguenza operativa del manifesto (del 1941), (come forse si rende conto lo stesso Z.), cadono e divengono inattuali: ogni legittimità delle organizzazioni internazionali, quand'anche predicassero la federazione europea, andava, dal 1948, sempre e soltanto vagliata alla luce dell'art.11 Cost.
Delle contraddittorie predizioni dello stesso manifesto non si sarebbe più dovuto tener conto. Almeno in punto di legittimità: che è poi l'unico parametro di giudizio e di azione politica che risulta conforme alla sovranità democratica nazionale riaffermata dalla subentrata Costituzione.
Davvero ogni richiamo a questa "realtà" istituzionale e legalitaria del nostro ordinamento democratico, che contrasti l'erronea diagnosi e terapia suggerite dal "manifesto", deve essere qualificata come sovranismo in senso spregiativo e coincidere con razzismo e protezionismo (al di là della ben poca comprensione che si ha di quest'ultimo concetto economico)?


13. Ma, nonostante tutto, l'europeismo, in Italia, ha continuato a vivere sotto questo equivoco e antistorico ombrello, all'insegna del non sequitur per cui la pace potrebbe solo realizzarsi in un "solido stato internazionale": e poche cose sono state smentite dalle vicende del dopoguerra e da quelle successive alla "caduta del muro", quanto questo utopistico postulato, di cui aveva ben evidenziato le contraddizioni, appunto, Rosa Luxemburg.
Quindi, la "predilezione" (astorica) per l'interpretazione e la prassi indicate del manifesto, diviene, in primo luogo, una negazione postuma della chiara intuizione della Luxemburg; d'altra parte, poiché abbiamo appena visto che il manifesto respinge esplicitamente l'idea che la realizzazione del socialismo sia una parametro di progresso sociale, ciò si pone perciò, in aperta contraddizione con la diversa visione costituzionale ben chiarita da Mortati:
"Jemolo, op. cit., p. 15 si è domandato quale classe politica rifletta, e quali aspirazioni di questa classe politica assecondi la Costituzione (con riferimento all’ opinione secondo cui questa si informerebbe al pensiero cristiano-sociale). Esatto quanto ritiene l’ A. che questo pensiero non abbia linee che valgano a dargli una vera fisionomia propria. Ma è vero che sussista tale ispirazione? Se alla concezione cristiana si voglia ricondurre il profondo motivo espresso dalla Costituzione essa deve essere intesa in un largo senso, non collegandola all’origine storica ed all’elaborazione dogmatica, in un senso analogo cioè a quello messo in rilievo da un noto saggio del Croce. Calata nella realtà di oggi quella concezione trova la sua più autentica espressione negli ideali del socialismo. Ed è a questa realtà che la nostra Costituzione ha voluto adeguarsi. (C. Mortati, Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali Aa. Vv., Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, Vol. IV, Vallecchi, Firenze, 1969, pp. 468)".


14. Ma una volta che il manifesto, - con la sua datata (e rassegnata) presa d'atto della dissoluzione degli Stati nazionali sovrani a seguito dell'inevitabile supremazia tedesca e con il suo ritenere il socialismo democratico una soluzione "antica", se non addirittura reazionaria-, respinge anticipatamente i possibili sviluppi del costituzionalismo democratico, il suo "appoggio" teorico diviene, giocoforza, collegabile a qualcosa di diverso della democrazia sociale nazionale.


Quel che il "manifesto" chiama socialismo, infatti, viene espressamente (ma non coerentemente, nelle soluzioni poi incidate) sconnesso dalla proprietà pubblica dei "mezzi materiali di produzione" e collegato al "resuscitare lo spirito di iniziativa" economica e alle "gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall'interesse individuale" (cfr; la Parte III del manifesto).
Dunque, si tratta di qualcosa che ha a che vedere con la riaffermazione del libero mercato contro il "burocraticismo" (per la verità imputato alla Russia sovietica).
Le linee di politica economica, da realizzarsi entro l'unità europea, conseguenti a questa altrettanto confusa premessa, sono poi, come abbiamo sopra anticipato, fortemente contraddittorie: si vedano i conseguenti punti contrassegnati da "a" ad "e", in cui si predicano misure non molto diverse da quelle poi previste dalla nostra Costituzione economica.
Con un non piccolo inconveniente, però; che i trattati europei, nel loro costante sviluppo negoziale, hanno in effetti affermato un modello del tutto opposto, com'è noto, appunto ispirato dalla negazione crescente di ogni ruolo dello Stato proprio nella stabilizzazione della struttura dei mercati e nell'erogazione del welfare. In tal senso, la contraddizione tra premesse storico-politiche e indicazioni socio-economiche interna al "manifesto", risulta poi brutalmente superata dalla realtà mercatista-ordoliberista dei trattati: esso diviene così un (parziale) antefatto storico-culturale completamente inservibile per giustificarne i contenuti.


15. Peraltro, il "manifesto", non solo appare (prioritariamente) timoroso che gli Stati nazionali, ove mai liberati dal giogo tedesco, sarebbero divenuti "socialisti reali", cioè comunisti sovietici, non prendendo in esame alcuna alternativa, non solo si premura di riaffermare i principi del libero mercato e della profonda avversione verso il "monopolismo" dell'offerta di lavoro costituito dai sindacati (l'avversione verso i quali, in nome dell'anti-sezionalismo, è una vera e propria ossessione del manifesto), ma, nella ricerca di certezze (in chiave anticomunista e a costo di derubricare il socialismo a evento sempre e solo degenerativo), finisce per appoggiarsi all'idea del federalismo interstatale "irenico" di Hayek.
E' questa, una conclusione obbligata, sulle cui premesse politico-culturali ci siamo a lungo soffermati, e che dovrebbe far riflettere: perché una volta depurato il manifesto delle sue contraddizioni storiche e politiche (in particolare della già vista idea antisindacale e della visione riduzionistica del socialismo), quello che rimane a sostegno delle sue tesi è l'essenza stessa del pensiero neo-liberale sull'ordine sovranazionale dei mercati.


16. Richiamo brevemente (dato che il post è già sufficientemente lievitato), i capisaldi di questo pensiero, tratti da un lungo post di Arturo che invito comunque a rileggere (e colgo l'occasione per tradurne i passaggi in inglese):
"...la federazione mondiale era considerata sì uno strumento di pace, ma solo in quanto lo garantivano quei principi – del liberalismo ottocentesco – rispetto a cui la federazione era “essential a complement”.
Siamo sicuri che tra questi principi vi fosse la “giustizia sociale” o, niente meno, il socialismo? Proviamo a vedere...
Prima di tutto, basandosi su questi loro principi, dov'è che i liberali à la Hayek vedono l'origine di una minaccia per la pace a cui la federazione può essere antidoto?
Ce lo dice Hayek stesso in The Road (pag. 301):
“La parte di lezione che un recente passato ci consente gradualmente di apprezzare è che molti tipi di pianificazione economica, condotti indipendentemente a livello nazionale, sono legati nel loro insieme in un effetto dannoso, persino da un punto di vista puramente economico e, in aggiunta, nel produrre gravi frizioni internazionali. C'è poca speranza che l'ordine internazionale o una pace duratura possano aversi finché ciascun paese sia libero di adottare qualunque misura ritenga desiderabile nel suo immediato interesse, per quanto dannoso possa essere per gli altri...Molti tipi di pianificazione economica sono infatti praticabili solo se l'autorità pianificatrice possa chidersi a tutte le influenze estranee; il risultato di ciò è perciò inevitabilmente l'accumularsi di restrizioni ai movimenti di uomini e merci".

(Sarebbe questa l'origine di ogni guerra?)

16.1. E qui finalmente cominciamo a uscire dalla nebbia: la regolamentazione degli scambi con l'estero conduce alla guerra; la terapia sta nella diagnosi stessa: il free trade porta alla pace. Un'idea non precisamente nuova ("world peace through world trade" è diventato addirittura uno slogan della IBM...) e poco resistente a un esame storico. Come scrive Ian Fletcher in un interessante libretto - Free Trade Doesn't Work, Washington, U.S. Business & Industry Council, 2010, pag. 44: “I liberoscambisti, fin dal XIX° secolo, cioè i liberali classici, come l'inglese Richard Cobden e il francese Frederic Bastiat hanno promesso che il free trade avrebbe portato la pace mondiale. Finanche la World Trade Organization (WTO) è rinomata per questa affermazione "solare", che non sopravvive all'esame dei fatti storici.
La Gran Bretagna, la nazione più orientata al free-trade del XIX° secolo, combattè più guerre di qualsiasi altra potenza, talora apertamente con l'obiettivo di imporre il free trade ad altre nazioni riluttanti. (Ed fu così che Hong Kong divenne British.) Il Giappone del secondo dopoguerra mondiale è stato invece manifestamente protezionista, ma ha svolto una politica estera ben più pacifica dell'America incline al free-trading”.


17. Ma vale la pena di soffermarsi pure su come questo "internazionalismo" del free-trade, il cui pacifismo risulta storicamente non pervenuto, sia legato alla moneta unica. Sempre traendo dallo stesso post:
"...completiamo il quadro dell'analisi hayekiana: la tendenza a regolare gli scambi con l'estero, e quindi al bellicismo, secondo il nostro deriva dall'economic planning, cioè nell'intervento pubblico nell'economia che, disturbando il funzionamento di quelle che lui chiama “regole di pura condotta”, uniche garanti degli interessi generali, altera il mercato a favore di interessi particolari. Insomma, si tratta di quel liberalismo ristretto di cui abbiamo già parlato. Detto più empiricamente, pressioni interne hanno vieppiù spinto gli Stati ad anteporre obiettivi di politica interna all'equilibrio degli scambi commerciali, arrivando a mettere in discussione quella che ne era la suprema garanzia, ovvero il gold standard. Ciò ha offuscato quella “visione che, prima della prima guerra mondiale, offriva un terreno comune a quasi tutti i cittadini delle democrazie occidentali e che è la base del governo democratico.” (Hayek, Le condizioni economiche cit.). Sarebbe il caso di precisare: di tutti quei pochi cittadini che da quell'assetto traevano immediato beneficio e non erano chiamati a pagarne i costi.
17.1. ...Per dare uno sguardo alla realtà dietro le formule ideologiche, apriamo la più autorevole storia del sistema monetario internazionale, vale a dire Globalizing Capital (Princeton University Press, New Jersey, 2008, pag. 2), opera di uno studioso della stazza di Barry Eichengreen e leggiamo un po' qual è il passato-gold standard che Hayek tanto rimpiange: "Ciò che era critico per il mantenimento di cambi fissi,.., era la protezione dei governi dalla pressione di dover sacrificare la stabilità dei cambi ad altri obiettivi. Vigendo il gold standard ottocentesco, la scaturigine di questa protezione era l'isolamento delle politiche di cambio dalle politiche interne. La pressione portata sui governi del XX° secolo a subordinare la stabilità della valuta ad altri obiettivi non costituì una caratteristica del mondo ottocentesco.
A causa della limitazione del suffragio, i lavoratori comuni che maggiormente soffrivano la durezza dei tempi, avevano scarse possibilità di obiettare agli aumenti dei tassi di interesse decisi dalle banche centrali per difendere i cambi fissi. Né i sindacati nè i partiti che potessero rappresentare i lavoratori nei parlamenti, si erano sviluppati al punto che i lavoratori potessero insistere nel rivendicare che la difesa del cambio potesse essere temperata dal perseguimento di un adeguato livello di occupazione.
[ndr; agli effetti pratici, questa difesa democratica della classe lavoratrice dagli effetti del vincolo monetario, è esattamente ciò che "il manifesto" indica come i "sezionalismi" guerrafondai (?) da combattere, attribuendo al conflitto sociale il ruolo di uno scontro periferico rispetto ad un indefinito e, a questo punto misterioso, interesse generale, perseguibile solo da parte del solido stato internazionale!]
La priorità attribuita dalle banche centrali alla difesa dei tassi fissi (ndr; siano essi conseguenza del gold standard ovvero, come oggi in €uropa, di una moneta unica), rimaneva fondamentalmente incontestabile. I governi erano perciò liberi di difendere il mantenimento dei cambi fissi intraprendendo qualunque passo fosse ritenuto necessario.
18. Questo quadro, appare come una fotografia della situazione conseguente alla cessione della sovranità, nell'ambito del tanto vagheggiato federalismo europeo, nonostante che tale sovranità si fosse costituzionalmente affermata, nelle democrazie sociali, come tesa a difendere proritariamente l'occupazione e la dignità del lavoro.
L'effetto pratico dei trattati "sovranazionali" e del loro diritto autoapplicativo, appare dunque costituire un'oggettiva opposizione all'assetto democratico, e deprecato, determinato dall'allargamento del suffragio e dalla rappresentatività politico-istituzionale delle classi subalterne, che sono i caratteri delle democrazie compiute e che l'€uropa sta negando in modo "irreversibile".
Quale guerra è mai scaturita dalla tutela del lavoro e della sua dignità, da parte di democrazie costituzionali pluriclasse? A noi non ne risulta alcuna...
Ri-concentrare, in nome del super-stato internazionale, il potere di difesa della stabilità monetaria in istituzioni che perseguono politiche ed obiettivi che prescindono totalmente dagli esiti "nazionali" delle consultazioni elettorali, può dunque avere solo un esito concreto e sempre più drammatico.

18.1. Questo esito non ha alcuna connessione con la pace e la giustizia tra le nazioni:"La restaurazione di quello che M.S. Giannini definiva “lo Stato monoclasse”, caratterizzato cioè dalla concentrazione del potere nelle mani di una ristrettissima oligarchia che poteva scaricare sulla maggioranza della popolazione, lavoratori in primis, i costi dell'instabilità che il regime economico più conforme ai loro interessi provocava.

Naturalmente l'imbroglio di Hayek è quello di tentare, secondo una linea fatta propria dall'ordoliberismo (cfr. Moss (a cura di), op. cit., pag. 106: “Gli ordoliberali, vicini ad Hayek, attribuivano le catastrofi passate delle guerre, delle rivoluzioni, dell'inflazione, e del Nazismo all'intervento dello Stato e ai monopoli del lavoro (ndr; cioè ai sindacati) e dell'industria), un'equivalenza fra l'interventismo democratico e quello nazista: insomma, i sindacati, bersaglio ossessivamente additato dal nostro, antesignani delle SS (per quanto non palesemente assurdo di questa lettura, rinvio ovviamente all'analisi di Kalecki).

...Il federalismo europeo ci darà la pace: sempre lì siamo. Ma perché gli Stati lasciati a sé stessi dovrebbero essere guerrafondai?"


19. Pace, protezionismo, razzismo...e "sovranismo".
Abbiamo bisogno di tutte queste sintesi altisonanti, reiterate per forza inerziale da un pensiero che già in passato si è dimostrato, nei fatti storici, fallace, per definire e comprendere la realtà della crisi in cui si dibatte un intero continente?
Cerchiamo le soluzioni nella nostra Costituzione, perché tutto quello che oggi sta accadendo è il ripetersi di tipologie di eventi che la storia del capitalismo ha già testimoniato e che furono ben considerate dai nostri Costituenti.
Non abbiamo alcun bisogno del manifesto di Ventotene per trovare la rotta: nel 1941, (e né poi), i suoi autori non disponevano degli strumenti per poter effettivamente additare le linee che hanno poi effettivamente portato alla cooperazione politica ed economica in Europa.
L'equivoco è durato abbastanza: oggi, dobbiamo piuttosto voltare pagina e rinsaldare il nostro credo nella Costituzione.
Parrebbe ovvio: ma questa semplice direttiva, ha così tante conseguenze che il ritorno alla democrazia costituzionale impone, ormai, il ripensamento di tante idee assunte in automatico.
Come il "pilota" di Draghi: che poi era di Friedman (qui: addendum)...





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