3 gennaio 2015 – Guidizzolo, 12 maggio 1957: Alfonso de Portago. Monza, 10 settembre 1961: Wolfang Von Trips. Monza, 5 settembre 1970: Jochen Rindt. Monza, 10 settembre 1978: Ronnie Peterson. Imola, 1 maggio 1994: Ayrton Senna.Cosa hanno in comune tutti questi luoghi e tutti questi nomi? Sono i nomi ed i luoghi delle più gravi e più note – purtroppo, non solo queste – tragedie del nostro sport avvenute in Italia. Tragedie di cui la nostra magistratura ha ritenuto di doversi occupare. Un intervento non sempre necessario, a volte, come vedremo, assolutamente discutibile.Nella tragedia di Guidizzolo durante la Mille Miglia del 1957, dove persero la vita il pilota alla guida di una Ferrari e molti spettatori – FormulaPassion.it ha ampiamente trattato l’argomento con articoli di Antonio Azzano ed Enzo Frangione – le responsabilità inizialmente individuate dalla magistratura sono apparse dettate più dalla emotività del momento e dalla spinta proveniente dalla pubblica opinione, che non da una reale motivazione giuridica. Così il rinvio a giudizio di Enzo Ferrari per omicidio colposo era stato dettato chiaramente dalla influenza mediatica del momento che individuava nel costruttore di Maranello l’unico responsabile di tante morti – “un moderno Saturno che divora i propri figli”, scrisse l’Osservatore Romano – e considerava l’automobilismo uno sport da vietare per la sua pericolosità. La successiva, attenta, analisi dei fatti, svolta in dibattimento, portò alla logica sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto. Ma un approccio meno emotivo avrebbe consentito di arrivare subito alla conclusione riportata in sentenza – consultabile nell’archivio di FormulaPassion.it – per cui era evidente che – proprio perché impegnate in una competizione – le vetture di Ferrari erano “i mezzi più perfetti possibili in rapporto alla capacità umana”, escludendosi così qualsiasi ipotesi di negligenza, imprudenza ed imperizia.Nuovamente la magistratura si interessò di corse in seguito dell’incidente di Von Trips, avvenuto durante lo svolgimento del Gran premio d’Italia del 1961 – al volante di una Ferrari – dove anche qui vi furono numerose vittime tra gli spettatori (fotografia di copertina).#In quel caso fu indagato il pilota Jim Clark, ancora non il grande campione, bensì un giovane privo di esperienza che aveva tamponato Von Trips alla staccata della Parabolica.Anche in questo caso tutto si concluse in un nulla di fatto e Clark neppure venne rinviato a giudizio, contrariamente a quanto era accaduto a Enzo Ferrari per l’incidente alla Mille Miglia. Conclusione prevedibile, applicando il principio formulato dalla dottrina nell’ambito del diritto sportivo del rischio consentito, nel più ampio contesto delle cause giustificazione, in analogia con il consenso dell’avente diritto. Argomento sul quale torneremo nel prossimo futuro ed estremamente rilevante per l’automobilismo sportivo. Ma se in questi due casi l’incidente vedeva coinvolti degli spettatori con numerosi morti e feriti ed era quindi ancora comprensibile l’intervento della magistratura, meno comprensibile è apparso l’intervento della magistratura nei casi in cui “l’evento morte” riguardava unicamente il pilota.Questo è quanto accaduto con l’incidente di Jochen Rindt a Monza nel 1970 e successivamente con l’incidente di Ayrton Senna ad Imola. Per l’incidente di Rindt venne incriminato Colin Chapman come costruttore della Lotus, rinvenendo quale causa dell’incidente mortale la rottura dell’alberino dei freni entrobordo della Lotus 72 del pilota austriaco. Un incriminazione che portò la Lotus a non prendere parte al Gran Premio del 1971 e tenne Chapman lontano da Monza fino al 1973 e che si concluse, anche in questo caso, con un nulla di fatto.L’intervento della magistratura nel caso Senna ha analogie con l’inchiesta per la morte di Rindt. Anche in questo caso un costruttore – Frank Williams – è stato posto sotto inchiesta e rinviato a giudizio per un guasto di una sua vettura, nel corso di una competizione, tramite i suoi tecnici responsabili, gli imputati Adrian Newey e Patrick Head, il primo assolto, l’altro ritenuto colpevole del reato ascrittogli, ovvero omicidio colposo per imprudenza e negligenza nella modifica del piantone dello sterzo la cui rottura è stata ritenuta la causa determinate dell’incidente. E’ del tutto inaccettabile per chi si occupa di corse che un incidente di gara possa portare alla incriminazione del costruttore, giacché le vetture di Formula Uno sono prototipi e tutto è, ovviamente, al limite ai fini della prestazione, ma – come la sentenza per l’incidente di Guidizzolo aveva già affermato – al meglio delle conoscenze e della tecnica del momento. Per cui è difficile parlare di imperizia e negligenza, anche se il caso Senna si presta ad una diversa lettura che affronteremo in un prossimo futuro.Il caso limite di improvvida ingerenza della magistratura italiana, si ebbe invece a seguito dell’incidente alla partenza del Gran Premio d’Italia 1978 che costò la vita a Ronnie Peterson, alla guida di una Lotus. Qui, per la prima volta un pilota, Riccardo Patrese, fu rinviato a giudizio per una manovra di guida effettuata in corsa, per quello che noi definiremmo un “normale incidente di gara”. A Patrese, insomma, toccò quello che, giustamente, non era toccato a Clark. Fu accusato dal Giudice Armando Spataro di omicidio colposo, con la richiesta di una condanna a 8 mesi con la condizionale. La motivazione del giudice fu che Patrese, superando – nelle concitate fasi della partenza in cui avvenne l’incidente mortale -# la linea bianca che delimitava la pista, avrebbe violato il codice sportivo e che questa violazione sarebbe stata la causa dell’incidente. Comunque Patrese dimostrò che non c’era alcun regolamento che impedisse di superare la linea bianca e così fu assolto.Ma resta l’inaccettabilità del rinvio a giudizio, posto che – anche nella ipotesi che vi fosse una regola che vietasse il superamento della linea bianca – questa violazione avrebbe dovuto essere sanzionata unicamente dalla competente autorità sportiva. Chi svolge una attività sportiva, nell’impeto agonistico può, a volte, non premeditatamente violare le norme ed in questo caso le eventuali lesioni vanno fatte rientrare nelle cause di giustificazione del rischio consentito in analogia con il consenso dell’avente diritto. Un esempio: se nel calcio, con una entrata violenta per fermare un avversario, si provoca a questi una frattura, il giocatore non sarà penalmente perseguibile per lesioni, anche se avrà violato il codice sportivo. Comunque il tempo dimostrò la totale estraneità di Patrese nell’incidente e che la “colpa” – se così la vogliamo definire – era invece da addebitare a James Hunt. Si chiuse così la pagina più nera dell’intervento della magistratura nel nostro sport.In conclusione: solamente in Italia un incidente di gara che coinvolge unicamente il pilota e ne provoca la morte, richiama l’intervento della magistratura, mentre all’estero questo non accade mai. Perché? Mancanza di cultura del motorsport? Desiderio di protagonismo di fronte al caso eclatante? Lascio aperto il quesito.

3 gennaio 2015 – Guidizzolo, 12 maggio 1957: Alfonso de Portago. Monza, 10 settembre 1961: Wolfang Von Trips. Monza, 5 settembre 1970: Jochen Rindt. Monza, 10 settembre 1978: Ronnie Peterson. Imola, 1 maggio 1994: Ayrton Senna.Cosa hanno in comune

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