2 gennaio 2015 – Jacky Ickx ha compiuto settant’anni il primo gennaio 2015. Questo basterebbe per aprire una valigia dei ricordi immensa, perché le gesta di questo poliedrico campione del volante sono innumerevoli così come le sue vittorie. Eppure, come disse lui stesso in occasione di un’intervista concessa al mensile Automobilismo d’Epoca nel maggio del 2010, la sua grande virtù è stata la fortuna di essere sopravvissuto a quegli anni in cui le corse in macchina erano un sport dove il rischio coniugato alla morte era una costante ogni volta che ci si calava nell’abitacolo. Figlio di un giornalista che si occupava di automobili, Ickx ha avuto diverse carriere nel motorsport e tutte vincenti. Putroppo gli è mancato l’acuto nel Mondiale di F1, ci andò vicino nel 1970 con la Ferrari, ma per il resto il suo nome è iscritto nell’albo d’oro di competizioni leggendarie, come la 24 Ore di Le Mans che vinse per ben sei volte quando arrivare vivi al traguardo era un’impresa, e la Parigi Dakar che ha lasciato nel suo cuore un segno indelebile oltre ad aver completamente cambiato il suo modo di intendere la vita. Dal 1961 al 1985 Jacky Ickx non ha mai smesso i panni del pilota, anche se nel 2000 ha rimesso il casco per disputare l’ultima Parigi Dakar insieme alla figlia Vanina. Dalle due ruote, con cui ha iniziato a cimentarsi da giovanissimo grazie al Trial, alle quattro, la sua vita è stata completamente dedicata allo sport dei motori. A dare la svolta alla carriera dell’allora diciannovenne belga fu Ken Tyrrell, che notò il suo talento quando correva nelle gare turismo al volante di una Lotus Cortina. Successe a Budapest alla fine del 1964, ma solo l’anno dopo, quando ebbe svolto il servizio militare, Ickx riuscì a salire per la prima volta su una Matra di F2 schierata dal team boscaiolo. Il talento naturale e la velocità di cui disponeva fecero sì che il pilota belga salisse in breve tempo alla ribalta delle cronache, tanto che nel 1967 vinse il titolo europeo di Formula 2. Un successo che non lasciò indifferente Enzo Ferrari, il quale lo chiamò a Maranello per offrirgli un volante in F1.# In realtà Ickx aveva debuttato già nel corso del ’67 nella massima formula correndo due Gran Premi con la Cooper Maserati, dove come miglior risultato aveva colto un sesto posto a Monza. Con la Rossa arrivò anche il primo successo in gara, a Rouen nel Gran Premio di Francia del 1968.# “Pe la verità la mia ambzione non è mai stata quella di andare in F1 o diventare un pilota professionista: correvo per il piacere di fare le gare” – aveva rivelato Ickx nel contesto della già citata intervista. Correre e non solo in monoposto, ma anche nelle gare di durata. Ed è stato appunto questo che lo spinse nel 1969, dopo un solo anno di Ferrari, ad abbandonare temporaneamente il Cavallino per approdare alla corte di Jack Brabham, all’epoca supportato dalla Gulf che al contempo era anche sponsor del team di John Wyer nel Mondiale Marche: “A Maranello quell’anno non c’era un programma ufficiale con i Prototipi”. Un’esperienza che fece bene al ventiquattrenne Ickx, il quale imparò molto e ne uscì rafforzato, oltre a togliersi anche la soddisfazione di vincere la prima 24 Ore di Le Mans della sua carriera a bordo della Ford GT40. Una gara, quest’ultima, caratterizzata dall’incidente mortale di John Woolfe con la Porsche 917 e che il belga iniziò dall’ultimo posto per avere il tempo di allacciarsi le cinture di sicurezza. Un gesto che lo sfortunato Woolfe non fece e purtroppo gli costò caro, ma che in quegli anni era spesso trascurato dai piloti per guadagnare del tempo al via ed infilarsi di corsa nella vettura in occasione della particolare procedura di partenza della classica della Sarthe. Ma l’atto di perdere del tempo per armeggiare con le cinture aveva un’origine ben precisa: “Una volta a Reims, in una gara di F2, non c’erano ancora le cinture di sicurezza: sono uscito dai box, ho afferrato il volante per sistemarmi bene nel sedile e il volante mi è rimasto in mano con tutta la colonna dello sterzo, che non era stata fissata bene. Ho attraversato la pista, con le altre auto in corsa, e mi sono fermato dall’altra parte senza farmi nulla. A le Mans non volevo che mi capitasse di nuovo una cosa del genere”. Nel 1970 ci fu il ritorno alla corte di Enzo Ferrari, con due vittorie in tasca ottenute la stagione precedente alla guida della Brabham BT26: una al Nurburgring, pista dove Ickx eccelleva spesso, e l’altra in Canada a Mosport. Risultati che, insieme ad altri piazzamenti sul podio, gli consentirono di arrivare secondo nel Mondiale alle spalle di Jackie Stewart. E proprio il ’70 avrebbe potuto essere l’anno della consacrazione, ma a vincere il titolo fu Jochen Rindt che lo conquistò postumo. A fermare il belga anche l’affidabilità della nuova 312B, che non si rivelò perfetta, come ad esempio in Francia quando lo costrinse al ritiro mentre comandava la corsa. Un problema che si riflesse sulle prestazioni della monoposto rossa anche anche nel successivo 1971, ma che non ha affatto causato dei rimpianti a Ickx nonostante alcune critiche mosse in quegli anni nei confronti delle vetture del Cavallino. Critiche, come ha spiegato in seguito lo stesso Mauro Forghieri, destinate più che altro alla componente telaistica. “Tutti sentono questa cosa del Mondiale molto più di quanto io all’epoca sognassi di vincerlo” – ha rivelato Ickx – “Tra l’altro, a me piacevano molto le gare di durata, e non posso certo lamentarmi di quelle vittorie. In ogni caso ho ricevuto dalle gare e dalla vita, molto di più di ciò che aspettavo. In Ferrari ci sono stati piccoli guai che a volte ci hanno impedito di vincere: interruttori, alternatori, abbiamo perso gare per cose minime. Ma la tecnologia non era certo quella di oggi. Il fatto che la Ferrari avesse 30 0 40 litri in più di benzina in partenza rispetto a un Cosworth, oltre all’effetto sui tempi nei primi giri, significava avere più peso e sforzare la meccanica più di altri. Comunque in Ferrari mi sono trovato benissimo sia con la squadra sia con il Commendatore”. Con la Scuderia il pilota originario di Bruxelles rimase fino al 1973, anno in cui l’insuccesso della 312 B3 lo portò per la seconda volta ad abbandonare Maranello per approdare in un altro team. A dire il vero l’addio si consumò in due riprese, la prima in occasione del Gran Premio di Germania al Nurburgring, che Ickx disputò con la McLaren M23 arrivando terzo, e poi alla fine della stagione quando corse con la Iso-Rivolta la gara negli Stati Uniti a Watkins Glen. “Quell’anno la B3 era un disastro” – ricorda ancora il belga – “Al Gran Premio d’Inghilterra mi qualificai diciannovesimo, ultimo dei piloti ufficiali. Dopo la gara la Ferrari decise di ritirarsi per qualche corsa e si disse che era colpa dei piloti… Ero molto giù di morale e in vista del Nurburgring dissi a Ferrari che avevo bisogno di ricaricarmi con una bella gara. Così mi concesse di correre con la McLaren”.#L’atteggiamento attribuito dai media a Ickx, anche nei suoi anni migliori alla Ferrari, era quello di un pilota molto veloce al quale però pare non piacessero molto test e collaudi: “C’erano polemiche, ma spesso erano montate dalla stampa. Detto ciò, ero giovane e inesperto, a volte ero indeciso su quello che volevo. Ma sapevo bene quello che non volevo”. Il 1974 vide un nuovo cambio di casacca, questa volta con la Lotus, dove si ritrovò un compagno molto scomodo e veloce come Ronnie Peterson. Un addio, quello alla Ferrari, che si consumò perche il rapporto era ormai giunto alla fine: “Semplicemente non c’erano più le condizioni per stare insieme. Ma poi mi sono pentito di andare alla Lotus. Lo dissi anche a Mauro Forghieri”. Infatti proprio a partire da quel momento la carriera di “Pierino la peste”, così come l’aveva soprannominato l’allora direttore di Autosprint, Marcello Sabbatini, incontrò un lento ed inesorabile declino. Almeno per quanto riguarda la F1.# Una crisi di risultati che Ickx spiega in poche parole: “È molto semplice: erano finite le motivazioni. Per vincere in F1 serve una motivazione feroce e io non l’avevo più”. A posteriori la decisione di andare alla Lotus si rivelò sbagliata proprio perché, se nel 1973 il team fu competitivo grazie alla Lotus 72 giunta ormai alla sua quarta stagione di corse, la nuova 76 si rivelò una monoposto problematica ed inaffidabile. Nonostante il ritorno alla 72E Ickx non fu mai in grado di impensierire Peterson, il quale era sempre molto veloce e possedeva un vantaggio importante: era integrato nel team. L’anno seguente il belga venne confermato ancora da Colin Chapman, ma le cose peggiorarono ulteriormente: “La macchina si rompeva in continuazione e non riesci ad andare al limite se non hai fiducia nell’auto. Il ’76 fu forse l’ultimo anno in cui avrei potuto avere una buona auto ed ero in grado di guidare com’ero capace, ma con la Iso-Williams più di tanto non si poteva fare. Poi feci qulache gara con la Ensign nel ’77 e nel ’78, con qualche buona prestazione sporadica, ma a Watkins Glen nel ’76 rischiai di restare senza piedi”. L’ultima occasione di fare bene nel Circus arrivò comunque nel 1979, quando il belga ebbe l’opportunità di sostituire per mezza stagione l’infortunato Patrick Depailler, vittima di un incidente con il deltaplano, sulla velocissima Ligier JS9 ad effetto suolo. Tuttavia anche in questo caso Ickx non riuscì più a dimostrarsi efficace come un tempo. I motivi sono comunque diversi e non tutti riconducibili al pilota. “La Ligier fu competitiva a inizio anno, poi meno, così si concentrarono giustamente su Laffite che era ancora in lotta per il titolo. Detto ciò, non ero preparato: dopo l’incidente in America, nel ’77 e ’78 avevo disputato soltanto cinque Gran Premi. Le macchine a effetto suolo erano terribili per il fisico: degli anni ’60 e ’70 erano rimasti pochissimi e nel giro di un paio d’anni si ritirarono non a caso Lauda, Hunt, Scheckter e Fittipaldi. Quella F1 era faticosissima, ma l’esperienza fu perfetta: mi permise di capire che avevo fatto il mio tempo ed era il momento di voltare pagina”. Pagina che Jacky Ickx voltò alla grande concentrandosi esclusivamente nelle competizioni a ruote coperte, il suo antico amore, dove trionfò per ben 48 volte in tutta la sua carriera e che non conta solo le sei 24 Ore vinte a partire dal 1969. Un palmares da record che include anche due titoli iridati nel Mondiale Prototipi, tanto che questa esperienza, oltre a dargli il titolo di “Monsieur Le Mans”, lo ha portato alla ribalta come uno dei migliori specialisti di sempre nelle gare di durata. Competizioni nelle quali legò poi indissolubilmente il suo nome a quello di una marca altrettanto gloriosa: la Porsche. E nel 1977, quando era ancora impegnato sporadicamente in F1, Ickx scrisse una delle pagine più belle della classica della Sarthe nel momento in cui, costretto ad abbandonare la gara per un guasto occorso alla sua 936, salì a bordo di quella della coppia Barth-Hailwood, che navigava in 42a posizione. Sedici ore più tardi il belga era sul gradino più alto del podio a festeggiare un meritato successo dopo aver guidato come un leone: “Eravamo come in uno stato di trance, ci sembrava di poter correre al massimo per due turni consecutivi, di notte e con la pioggia, senza rischi, nessun problema. Dovevamo soltanto spingere più che potevamo. Fu bellissimo”. Il 1985 segna un’altra tappa importante nella pluriennale carriera di Ickx, che in quel momento ha già varcato la soglia dei quarant’anni, ma continua a gareggiare con la casa di Stoccarda nel Mondiale Prototipi: l’incidente in cui morì Stefan Bellof a Spa-Francorchamps. Un episodio che lo vide come sfortunato co-protagonista in seguito ad una manovra azzardata del giovane pilota tedesco, il quale tentò un difficile sorpasso all’Eau Rouge ed innescò una collisione fra le due Porsche: “Lo presi come un tragico avvertimento, nonostante io non senta alcuna responsabilità per quell’incidente. Capii che era arrivato il momento di smettere”. Una carriera fortunata, come lui stesso l’ha definita perché, a parte una gamba rotta con la Ferrari in Canada nel ’68, l’incidente di Jarama ’70, quello del ’76 al Glen e qualche altro spavento, Jacky Ickx è uno dei pochi testimoni di un’epoca leggendaria: “Mi sento soprattutto un uomo fortunato. Quando ci siamo incontrati con Stewart dopo tanto tempo, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti: che fortuna”.


2 gennaio 2015 – Jacky Ickx ha compiuto settant’anni il primo gennaio 2015. Questo basterebbe per aprire una valigia dei ricordi immensa, perché le gesta di questo poliedrico campione del volante sono innumerevoli così come le sue vittorie. Eppure, come …

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