[Cinque sfumature della velocità] 1 gennaio 2015 – Noi di FormulaPassion.it viviamo di velocità. Perché la Formula 1 altro non è se non la rappresentazione concreta di una astrazione che non finisce mai di affascinarci.E come tutte le astrazioni sfugge ad ogni definizione. O, al contrario, si propone come palestra di tutta una serie di interpretazioni che finiscono per renderne ancora più indefiniti i contorni. Proprio per questo la rappresentazione artistica della velocità riesce qualche volta a precedere i risultati di più rigorose analisi scientifiche. Non a caso dalla velocità e dalle emozioni intimamente connesse allo stato di moto, nascono movimenti artistici che vanno dal pre impressionismo di William Turner, al futurismo di Filippo Marinetti, di Umberto Boccioni, di Giacomo Balla e del fotografo Jaques Henri Lartigue.Ad inizio anno, momento ideale per una riflessione che vada al di là della contingenza che qualche volta finisce per opprimerci, proviamo ad analizzare alcuni dei suoi aspetti, solo apparentemente lontani dalle piste, pronti ad esplorare quel mondo fatto di contraddizioni che sono la ragione profonda di una sfida, quella alla velocità che van ben oltre i confini di una pratica sportiva riservata a pochi per diventare una irresistibile ragione di vita per ognuno di noi.
[1] Veloce come una tartaruga

Siamo abituati a considerare il movimento come espressione della vitalità degli esseri viventi. Sottrarsi al movimento significa rinunciare alla vita. Forse anche per la ineluttabilità di questa affermazione, il rapporto con la velocità è stato spesso conflittuale. Nel quinto secolo avanti Cristo il filosofo greco Zenone di Elea va in aiuto del suo maestro Parmenide, ostinato nel sostenere che il movimento non è altro che illusione, con un paradosso che mette a confronto il più veloce degli uomini, Achille, con il più lento degli animali, la tartaruga. Impegnandoli in una competizione il cui esito è solo apparentemente scontato. Achille corre dieci volte più veloce della tartaruga ed i dieci metri di vantaggio che concede alla tartaruga sembrano davvero troppo pochi per influenzare il prevedibile risultato. Al pronti via, Achille corre quei dieci metri e la tartaruga va avanti di un metro, Achille percorre un metro e la tartaruga percorre un decimetro, Achille percorre quel decimetro e la tartaruga percorre un centimetro. E così all’infinito. Risultato: Achille non raggiungerà mai la tartaruga.Da un punto di vista matematico il risultato annunciato da Zenone è frutto della convinzione, errata, che una somma di infiniti elementi non possa dar luogo ad un risultato finito. Ma la convergenza delle serie infinite sarà dimostrata solo nel XVII secolo grazie al calcolo infinitesimale ed al concetto di limite e questo va a parziale discolpa del filosofo greco. Una circostanza che non ha però impedito ad Achille ed ai suoi successori di continuare a raggiungere tartarughe, a loro volta all’oscuro del vantaggio che il paradosso di Zenone assegnava loro.[2] Più piano. Per andare più veloci
Può sembrare paradossale, ma qualche volta la ricerca della velocità passa attraverso la rinuncia alla velocità stessa. Una contraddizione solo apparente, ma che per decine di anni ha condizionato lo sviluppo delle auto da competizione fino al punto di considerare prestazione e velocità alla stregua di indissolubili sinonimi. E’ solo l’avvento del concetto di deportanza aerodinamica in Formula 1 a cambiare le regole del gioco.Se negli anni ’30 Mercedes ed Auto Union realizzano vetture Grand Prix in grado di sfiorare i 400 km/h, negli anni ’70 l’attenzione si sposta sulla capacità della vettura di sopportare elevate accelerazioni longitudinali e trasversali. La velocità diventa così un nemico da battere. Almeno fino a quando ci si limita a considerarla come un obiettivo da sfiorare solo per un istante per poi subito abbandonarlo. Nella Formula 1 moderna la prestazione deriva dallo sfruttamento del monte di aderenza a disposizione della monoposto che non deve mai rimanere inutilizzato. Nasce così la Formula 1 a velocità costante e ad accelerazione continua nella quale#la differenza tra la velocità massima e quella media in un determinato circuito tende a ridursi sempre più con scostamenti che sono ormai dell’ordine del 30%. Sfruttando la deportanza aerodinamica, infatti, ci si prende gioco delle regole della fisica generando,un peso aderente, quello che risulta dalla somma tra il peso della vettura ed il carico aerodinamico,#fino a tre volte superiore alla massa. Un rapporto, quello dell’aria con l’oggetto in movimento, tutt’altro che passivo perché governato da un interazione che trova la sua più artistica rappresentazione nel “Uomo che cammina” di Umberto Boccioni, dove l’uomo sfuma nell’aria che lo avvolge fino a deformarlo. Quanto “effetto Coanda” in quella immagine![3] Accelero quindi sono
“Cogito ergo sum”. Per Cartesio il pensiero è l’unico strumento grazie al quale l’uomo può distinguere il vero dal falso. L’individuo esiste in quanto soggetto che dubita e, anche quando dubita di esistere, pensa. E quindi esiste. Accertata l’identità pensante resta però da dimostrane la consistenza materiale. Questa volta non è il dubbio quello che ci viene in aiuto, ma piuttosto l’accelerazione. E’ questa grandezza a dare concretezza al nostro essere. Perché l’accelerazione, in combinazione con la massa, e di quella sua caratteristica di opporsi pervicacemente ad ogni cambiamento, che prende il nome di inerzia, fa si che ogni nostro gesto altro non sia che il risultato dell’esercizio di una forza e quindi di una volontà.In condizione di quiete o di velocità costante l’accelerazione risiede all’interno del movimento stesso e non c’è nulla che ne possa denunciare la presenza. Un guardiano che si nasconde silente ma pronto a risvegliarsi per denunciare qualunque forza esterna intervenga a modificarla. La velocità è una grandezza vettoriale. Per definirla compiutamente non basta un numero, ma occorre anche definirne la direzione ed il verso. Basta che una sola di queste tre variabili subisca una sia pur minima modifica ed ecco che l’accelerazione si incarica di comunicarcelo. In altre parole è l’accelerazione la grandezza che, accompagnando ogni nostro gesto, ci da la conferma che questo sia stato realmente compiuto. L’individuo si trasforma quindi un sofisticato accelerometro le cui informazioni si assommano a quelle che ci provengono dai tradizionali cinque sensi mettendolo in grado di registrare il cambiamento e di impostare la reazione più opportuna per dominarlo.[4] Velocità e cambiamento
Velocità e cambiamento sono strettamente correlati in quanto misura l’una dell’altro. Convivenza necessaria e non sempre gradita. Perché se l’uomo è costretto alla velocità a causa della sua appartenenza ad un universo che non conosce la quiete, allora anche il cambiamento esce dal novero delle scelte soggettive, per diventare un dato di fatto sul quale in nessun modo è possibile intervenire. E come la velocità anche il cambiamento ha caratteristiche vettoriali e non basta quindi la sua intensità per definirlo, se non si prendono in considerazione caratteristiche, altrettanto determinanti, come il verso e la direzione. Per questo l’interpretazione del cambiamento, proprio come accade per la velocità, passa necessariamente attraverso la valutazione delle accelerazioni. L’unico dato in grado di estrarre dalla contradditoria fissità di una istantanea la dinamicità di una tendenza.Se l’essere umano non può sottrarsi alla velocità e al cambiamento, non gli resta che accettare una sfida che può essere vinta solo sviluppando ed affinando la capacità di adeguarsi ai mutamenti. Solo che in questo caso non è l’inerzia a condizionare la capacità di reazione, ma piuttosto la disponibilità ad accettare uno stato di perenne insicurezza. E’ quello che capita ad un pilota in competizione costretto ad utilizzare la precarietà che deriva dal continuo mutamento delle accelerazioni in campo, per ottenere la migliore prestazione. Agendo sui comandi per recuperare un equilibrio che svanisce nel momento stesso in cui viene raggiunto. Una precarietà creativa, ma per pochi. Per la generalità degli individui il cambiamento è subìto al pari di una ingiustizia. E così è perché lo scenario nel quale sono costretti a vivere, quasi mai gli offre gli strumenti indispensabili per governarlo.[5] Condannati alla velocità
La condizione umana non può sottrarsi all’influenza della velocità. Un modo di essere che poco ha a che fare con la percezione dello stato di moto del singolo. Anzi è proprio la mancanza di questa percezione a rendere possibile una vita che dal punto di vista dell’osservatore offre le necessarie garanzie di stabilità. E così, alla fine, per la fisica ma anche per la nostra esperienza quotidiana, il moto rettilineo uniforme e lo stato di quiete non sono altro che rassicuranti sinonimi. Mentre il nostro pianeta gira su se stesso a quasi 1700 km/h, percorre una orbita intorno al sole a 100.000 km/h e con il sole corre verso la costellazione di Alfa Centauri a 700.000 km/h, noi ci possiamo cullare nell’osservazione della apparente immutabilità che caratterizza il nostro scenario di riferimento. Perché il paradosso è che l’uomo, condannato alla velocità nel momento stesso della creazione quando il “big bang” ha dato origine al tempo ed allo spazio, le due condizioni delle quali si nutre la velocità, non è però dotato di nessuno strumento in grado di valutarla. Se non quello di affidarsi ad indicazioni indirette: il vento nei capelli o il movimento relativo di un oggetto rispetto all’altro. Ma anche in questo caso le informazioni sono approssimate e contradditorie. Nessuno dei nostri sensi, infatti, è in grado di metterci in condizioni di valutare oggettivamente il nostro stato di quiete o di moto rettilineo uniforme. Per questo la rappresentazione artistica della velocità, molto più che la sua definizione matematica, ha contribuito a definire il fascino di uno stato che di per se è totalmente privo di drammaticità.Quando nel 1844 William Turner dipinge “Pluie, vapeur, vitesse: le chemin de fer de great western”, la supposta solidità del mondo che ci circonda scompare per sempre per lasciare spazio a quella identificazione tra velocità, emozione ansia, e pericolo per la quale la velocità si trasforma in un modo di percepire la realtà. Ad ogni livello di velocità corrisponde una diversa visione del mondo che ci circonda. Turner anticipa l’intuizione di Albert Einstein che porterà alla definizione della teoria della relatività per la quale tempo e velocità sono tra loro collegati ed il tempo dell’uomo che corre è diverso da quello dell’uomo immobile. Salta ogni certezza, tutto diventa “relativo”. E la disintegrazione di ogni solido riferimento genera uno spaesamento dal quale non ci siamo ancora ripresi e che non fa che alimentare ulteriormente il mito della velocità.

[Cinque sfumature della velocità] 1 gennaio 2015 – Noi di FormulaPassion.it viviamo di velocità. Perché la Formula 1 altro non è se non la rappresentazione concreta di una astrazione che non finisce mai di affascinarci.E come tutte le astrazioni

Leggi articolo completo...