30 dicembre 2014 – Il titolo di Campione del Mondo Piloti 1962 venne assegnato solo il 29 dicembre in occasione dell’ultima gara in calendario sul circuito di East London, in Sudafrica.A trionfare fu Graham Hill che, proprio in quell’occasione, ebbe la meglio sul rivale Jim Clark. Il confronto fra i due fu molto acceso e caratterizzò l’intera stagione, con lo scozzese della Lotus forte della sua velocità e della leggerezza della 25 con telaio monoscocca, mentre il rivale inglese poteva contare sulla solidità della BRM finalmente in grado di fornirgli una vettura valida e performante. In passato, lo stesso Hill si era lamentato della monoposto che gli venne fornita dal team di Sir Alfred Owen, arrivando a definirla “maneggevole come un maiale”. Tuttavia, con il modello P57 la BRM fece un salto di qualità, tanto che il pilota con i baffi vinse subito all’esordio in Olanda. Il rapporto fra questa scuderia e il suo futuro campione del Mondo iniziò alla fine del 1959. “La proposta della BRM fu un lampo meraviglioso nel mio grigiore quotidiano. Vivevo nel mondo delle corse”# – dichiarò Hill ricordando quel periodo – “eppure mi annoiavo; avevo perso anche il mio solito humor”. Fra l’altro, in un’epoca in cui i contratti non erano pieni di clausole come oggi,# il divorzio fra il pilota britannico e Colin Chapman fu problematico per via di un accordo triennale fra l’ex meccanico originario di Hampstead e la Lotus. I rapporti fra Colin e Graham non erano più buoni a causa di certe modifiche che Hill apportava alle vetture e non piacevano per niente al suo capo. Ma, come detto, l’inizio con la monoposto a motore posteriore della BRM non fu certo idilliaco, anche se poi il 1962 fu l’anno della grande soddisfazione.Con quattro successi su nove prove in calendario l’inglesissimo Graham vinse il suo primo titolo a 33 anni suonati, mentre il ruo rivale Clark, che ne aveva 26, era considerato come l’astro nascente dello sport automobilistico a livello internazionale. Ad accompagnare Hill in questa cavalcata vincente fu appunto la BRM P57, una monoposto uscita dalla penna di Tony Rudd. “La vettura fu il frutto di un ‘ultimatum’ e nacque dopo una lunga serie di tentativi falliti”- riporta il libro 25 anni di Formula 1 – “La British Racing Motors aveva preso corpo nel 1949 per volonta di Raymond Mays e di Peter Peter Bethon, con l’appoggio di circa 150 aziende britanniche. Nel 1952, dopo gli insuccessi del pretenzioso 16 cilindri, la BRM venne acquistata da sir Alfred Owen e divenne una sussidiaria della Rubery Owen Group, con sede a Bourne. Alla fine del 1961 – dopo che anche un 4 cilindri da 2500 cc aveva dato scarsi risultati – sir Alfred disse a Mays e a Berthon che la successiva stagione sarebbe stata l’ultima, se le BRM non avessero ottenuto quei risultati che ormai da troppo tempo si inseguivano. Nacque così la P57. Il motore 8V di 90° fu opera di Berthon: aveva doppio albero a camme in testa, sistema di iniezione Lucas e accensione elettronica. Questo propulsore in realtà precedette la nascita della P57 in quanto fece il suo esordio nella parte finale del campionato mondiale 1961, in sostituzione del Coventry-Climax usato dalla BRM sino al GP di Germania. Il telaio tubolare era una evoluzione del telaio della MK II da 2500 cc e impiegava sospensioni indipendenti, caratterizzate da doppi bracci triangolari, ammortizzatori telescopici, molle elicoidali e barre stabilizzatrici. I freni a disco Dunlop erano montati esternamente”.“Sulla P57 furono usati cambi a 5 e a 6 velocità. Una delle caratteristiche della vettura furono gli scarichi, separati per ogni cilindro e rivolti verso l’alto. La P57 venne per questo chiamata ‘la monoposto con le canne d’organo’. Tale soluzione fu tuttavia abbandonata nel corso della stagione a favore di un sistema più convenzionale. Nel 1962 la squadra e le macchine furono affidate all’ingegnere Tony Rudd, che con la sua esperienza contribuì in modo sostanzioso al successo finale della marca”. Come detto, questa vettura poteva ospitare sia una trasmissione a cinque velocità più retromarcia, che era prodotta dalla stessa BRM, che una a sei rapporti fornita dalla modenese Colotti. In sostanza un po’ d’Italia in una delle auto più “british” che abbiano mai calcato i campi di gara. Il propulsore a 8 cilindri da 1500 cm3 era capace di una potenza di circa 190 cv, con un regime di rotazione di oltre 10.000 giri al minuto. Se la Lotus che aveva consentito a Clark di contendere il titolo fino all’ultimo a Graham Hill era un prodigio d’ingegneria, la BRM era comunque un ottima monoposto sotto il profilo tecnico grazie all’adozione di serbatoi di tipo aeronautico, in gomma sintetica, che consentivano lo stoccaggio di 145 litri di benzina. Anche in virtù di questo espediente, il peso totale dell’auto era di 487 chilogrammi. L’affidabilità fu una delle carte migliori della P57 che, sulla totalità dei nove appuntamenti in calendario, consentì a Hill di arrivare sempre a punti tranne che in Francia, a Rouen, dove venne fermato da un problema all’alimentazione a dieci giri dalla fine, e a Monaco, dove rompersi fu il motore, anche se l’inglese venne comunque classificato al sesto posto. Quel giorno la BRM arrivò comunque sul podio grazie all’altro pilota della squadra, lo statunitense Richie Ginther, autore di un ottimo terzo posto.Clark era il mago delle pole position e lo dimostrò con sette partenze al palo su nove# contro le zero di Hill. Da parte sua il pilota con i baffi ebbe una costanza davvero invidiabile sulla distanza di gara, dove seppe essere efficace e conquistare anche tre giri veloci, ottenuti a Spa, Nurburgring e Monza. Tuttavia anche in questo campo il record venne fissato da Clark, con cinque primati, mentre il computo delle vittorie fu favorevole all’inglese. Quattro a tre il parziale dopo il Gran Premio conclusivo in Sudafrica, anche se in tal caso va detto che l’affidabilità della Lotus 25 fu il vero nemico dell’asso scozzese: in pratica, a East London Clark era obbligato a vincere se voleva continuare a nutrire le proprie speranze iridate. Speranze che erano si erano decisamente ravvivate in occasione dell’appuntamento precedente a Watkins Glen, nel Gran Premio degli Stati Uniti, dove Jimmy ottenne una bella vittoria proprio davanti al rivale per il titolo Hill, e rimasero intatte fino 63° passaggio della gara sudafricana. Il giro prima il motore Climax della Lotus iniziò a fumare costringendo il pilota di Chapman a fermarsi ai box. Ad innescare il problema fu un bullone allentato del distributore, il quale favorì una perdita d’olio, che purtroppo si rivelò letale imponendo il ritiro di Clark e l’addio alle speranze di vincere il titolo. Hill, che fino al guasto dell’avversario era comunque in seconda posizione, seppure con quindici secondi di distacco, balzò in testa vincendo corsa e titolo. Le minacce di sir Alfred Owen erano servite a qualcosa e la BRM non fu più costretta a ritirarsi, ma iscrisse il proprio nome nell’albo d’oro dei costruttori di Formula 1.

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