29 dicembre 2014 – Un anno fa il terribile incidente sulle nevi di Meribel, che fece sprofondare l’esistenza di Michael Schumacher in un baratro fatto di ospedali e cliniche di riabilitazione.Ora a dodici mesi di distanza, il sette volte iridato di Kerpen sta lottando per tornare Schumacher, l’uomo che tutti i tifosi e gli appassionati di Formula 1 hanno imparato ad apprezzare nella sua lunghissima carriera, fatta di ben diciotto stagioni complete in F1. Un’epopea iniziata con quei sei Gran Premi ai quali prese parte nel# 1991, divisi fra lo stupefacente esordio in qualifica a Spa con la Jordan e l’arrivo alla corte di Briatore per i restanti appuntamenti, nell’anno in cui Ayrton Senna vinceva il suo ultimo titolo iridato con la McLaren. E proprio in Belgio, sulla pista delle Ardenne, definita per antonomasia l’università della F1, il ventitreenne Michael conquistò il primo di un’interminabile serie di successi. Il più titolato di sempre, il più vittorioso di sempre, consacrato proprio dai trionfi ottenuti al volante della Ferrari negli anni che vanno dal 1996 al 2006. Undici stagioni# in rosso che l’hanno elevato al rango di mito. Un mito che, però, quando arrivò a Maranello alla fine del 1995 era quasi osteggiato dai tifosi del Cavallino. Infatti chi ha buona memoria e qualche capello bianco, forse si ricorderà del sondaggio lanciato dal settimanale Rombo nell’estate che precedette l’approdo di Schumi alla Ferrari: fu un plebiscito, l’85% dei messaggi dei fans non volevano il tedesco e chiedevano ai vertici della Scuderia di tenere Alesi, ormai entrato nel cuore degli appassionati di casa nostra per via del temperamento latino e del suo non mollare mai, che un po’ ricordava lo spirito battagliero che quindici anni prima animava un certo Gilles Villeneuve.Qualcuno, come scrisse sulle sue pagine il settimanale, addirittura definì Schumacher un “bluff” nonostante il titolo già vinto nel 1994 contro Damon Hill e quello del 1995 praticamente già in tasca. L’ostracismo si protrasse anche a Monza, quando i più disparati striscioni anti-Schumi comparvero sugli spalti dell’autodromo brianzolo. Eppure non bastò molto per fare cambiare idea alle italiche genti, poiché dopo un inverno fitto di test e con la consapevolezza che il mezzo meccanico non era ancora quello giusto per tentare la scalata al terzo titolo,# il freddo tedesco scaldò il pubblico di fede ferrarista già dopo pochi Gran Premi. Il suo primo capolavoro fu in Spagna, con quella vittoria sotto al diluvio di Barcellona che venne ottenuta nonostante la F310 di John Barnard fosse nettamente inferiore alla super Williams dei rivali Hill e Villeneuve. Un successo che lo portò a mettersi dietro, e non di poco, proprio quel Jean Alesi di cui aveva preso il posto a Maranello e in quel momento era passato alla Benetton. Fu questa la gara che, virtualmente, segnò l’inizio di una lunga storia d’amore fra Schumacher, la Rossa, e il suo pubblico. Un cammino che non fu semplice, sopratutto all’inizio, perché il primo titolo in comune arrivò solo nel 2000 dopo diverse battute a vuoto. Clamorosa quella del 1997 che lo vide protagonista del celebre autoscontro con Jacques Villeneuve a Jerez, nel giono in cui la corona iridata sembrava praticamente ad un soffio.Per quella “marachella” il tedesco venne addirittura squalificato dalla classifica del Mondiale, ma i tifosi ormai conquistati della Ferrari lo perdonarono e tornarono a spingerlo sempre più forte l’anno seguente, quando a batterlo fu Mika Hakkinen. Nel 1999 ci fu anche l’episodio di Silverstone, con quell’incidente alla curva Stowe che lo costrinse a saltare gran parte della stagione e a vedere così sfumare l’ennesima possibilità di cogliere quel successo che ormai gli mancava da quattro anni.# Fu questo l’unico brivido di rilievo in una carriera pressoché perfetta. L’unico prima di quel maledetto 29 dicembre 2013 e dopo quei capitomboli da motociclista che gli causarono un forte trauma al collo nel periodo in cui aveva appeso temporaneamente il casco al chiodo. Un episodio che lo portò, come conseguenza, anche a rifiutare l’invito della Scuderia che l’aveva richiamato per sostituire Massa nell’estate del 2009, in seguito al dramma di quest’ultimo all’Hungaroring. In quel momento il fatto che Schumi, il protagonista di tantissimi successi insieme al Cavallino, avesse deciso di non scendere in pista destò molti sospetti. In seguito, quando accettò l’offerta della Mercedes per iniziare quella che fu la sua seconda carriera nel Circus, in tanti interpretarono la mossa come un tradimento. Una delle tante contraddizioni dell’uomo Schumacher? No, probabilmente una scelta ragionata dopo che nell’estate precedente proprio la sua amata Ferrari, che poi avrebbe rivisto in pista da avversario, gli fece tornare quella voglia matta di essere di nuovo al volante di una vettura da Gran Premio.Con l’arrivo di Alonso per lui non c’era più posto e a Stoccarda volevano qualcuno che sapesse guidare il ritorno della Stella a tre punte nella massima formula. Il destino ha deciso così e rivederlo con un tuta di colore diverso ha richiesto un po’ di tempo per abituarsi all’idea. Tuttavia quel colore rosso è rimasto sempre sul quel casco, simbolo di tanti trionfi targati Ferrari. Cinque campionati del Mondo e 72 vittorie sulle 91 totali di quelle colte in carriera da Michael, la dicono tutta sul ruolo avuto dal team di Maranello nella vita questo pilota e di questo uomo. Perché al di là del pluri titolato campione con sette Mondiali in tasca, stipendi miliardari, jet privati e ville da sogno, c’è l’uomo: il ragazzo tedesco che, come ai tempi dei kart, si ferma fino all’ultimo in pista e non rinuncia mai a ricompensare e a condividere il proprio tempo con i suoi meccanici, anche loro splendidi artefici del suo successo. Spesso si è parlato di uno Schumacher restio ad imparare a parlare l’italiano, ma il suo non parlarlo si dice sia dato dal fatto che non amasse esprimersi in modo approssimativo, cosa che per un perfezionista come lui non è mai stata piacevole. In seguito lo ha fatto e proprio nel momento in cui stava lasciando l’Italia. Contraddizione? No, si tratta semplicemente di umana virtù. Questo è Michael Schumacher,# campione unico, ma come tutti noi una persona. Un uomo che oggi sta ancora lottando per raggiungere un traguardo, quello più importante.

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