12 dicembre 2014 – In questi giorni i team, la FIA e la FOM hanno discusso quali regole introdurre e quali depennare in vista della prossima stagione. Si è parlato di motori, Safety Car e sicurezza, ma qualsiasi modifica non influirà su quello che è un evidente problema storico della Formula 1: i 20 piloti in griglia non sono tutti all’altezza di una categoria che quell’uno nel nome lo porta per un motivo ben preciso.Il mese scorso lo disse anche#Mark Webber, in un’intervista rilasciata a un sito sportivo australiano: “Peccato che la qualità dei piloti a fondo griglia sia un po’ scesa”. Peccato veramente, ma veniale o mortale? Una via di mezzo… perché se è pur sempre vero che la fine della Formula 1 non sarà mai certo decretata dai#pay driver, i quali esistono da sempre nella massima categoria, è altrettanto vero che sarebbe auspicabile vedere al via di ogni stagione i migliori 20-22 piloti in circolazione.In questi ultimi anni invece – dall’esplosione di Vettel in poi se vogliamo dare una collocazione temporale precisa al fenomeno – è iniziata per le scuderie una sorta di corsa al “chi ce l’ha più giovane”, portata avanti soprattutto per necessità dei team più “poveri” e in alcuni casi e con motivazioni differenti anche da quelli più blasonati. Le squadre si sono rese in determinate circostanze portatrici (in)sane della speranza che ogni giovane veloce potesse diventare all’istante un campione di Formula 1, rischiando di bruciarne talento e aspettative. È, con diverse connotazioni, ciò che sta accadendo in questo periodo a due piloti che meriterebbero un posto nella massima serie, ma che nel 2015 saranno fermi al palo: Kevin Magnussen e Jean Eric Vergne.
Partiamo da Kevin#Magnussen, che nella stagione d’esordio, pur mostrando limiti intrinseci legati all’età, ha dimostrato di essere competitivo molte volte sui livelli del suo blasonato collega Jenson Button: sapere che sulla griglia a Melbourne ci saranno Ericsson e Nasr, e lui no#fa storcere quantomeno il naso. Va detto che il precedente di Fernando Alonso – fermo un anno dopo l’esordio nel 2001 in Minardi con un 2002 da test driver in Renault prima del ritorno in Formula 1 nel 2003 – è ben augurante per il danese. Quello che è meno di buon auspicio è il contratto “pluriennale” firmato da Jenson Button, che rischia di far perdere totalmente il giro al giovane Kevin, con la strada sbarrata nel team fino almeno al 2017.Di certo non si può criticare la McLaren per la decisione di affiancare Button ad Alonso per il 2015 realizzando una coppia tutta esperienza, composta da due dei piloti più forti al mondo. Ma questa situazione è figlia della decisione passata di far debuttare subito Kevin in Formula 1 in un top team, con l’illusione (corroborata dopo il brillante esordio in Australia) che potesse ripercorrere la strada di Lewis Hamilton.Purtroppo per Magnussen però, per farlo avrebbe avuto bisogno di esordire in Mercedes e non in McLaren, e un anno o due al palo con giovani scalpitanti come Vandoorne, Ocon, Wehrlein alle spalle, non è proprio la miglior posizione possibile per il danese.#Ovviamente la McLaren in versione 2013-2014 è stata sicuramente un top team in termini di budget ma non in pista, e far debuttare Kevin è stata forse una scelta giusta nel breve termine, ma si sta dimostrando fallace – e soprattutto dannosa per il pilota – alla luce degli ultimi fatti.E allora meglio dotarsi di un team satellite, come la Red Bull, ma anche in questa circostanza la corsa al talento potrebbe mietere vittime.#È il caso di Jean Eric#Vergne, uno che ha già dimostrato di sapersi esprimersi#sui livelli di Daniel Ricciardo negli anni in Toro Rosso ma che ha la colpa di non aver sfruttato al meglio la sua occasione lo scorso anno, sbagliando sotto pressione le gare decisive per la scelta del successore di Mark Webber in Red Bull. Perderà il posto per far spazio a un diciassettenne – che per quanto talentuoso e promettente (e lo è, non fraintendiamoci) per andare a scuola è ancora costretto a usare il motorino – e a un ventenne figlio d’arte. Poco importa se quest’anno Jean Eric si è dimostrato più concreto di un altro giovanissimo (e anche questo molto promettente) campioncino russo.La critica anche in questo caso però non può andare solamente al gruppo Red Bull, l’unica squadra con un’organizzazione ideale per la Formula 1, una struttura composta da un team senior e uno junior dove allevare i rampolli. Oltre un anno or sono tra l’altro si era proposto proprio su FormulaPassion.it#(clicca qui)#qualcosa di analogo per la Ferrari con un team satellite chiamato magari Alfa Romeo. Sarebbe interessante conoscere il parare del Dr. Marchionne a riguardo, vista la sua attuale posizione, e se pensa che questo potrebbe essere il palcoscenico giusto per il rilancio tanto sbandierato del marchio sportivo della FCA. Vista la rivoluzione attualmente in corso nel team però, ogni giudizio sul tema è sospeso.Tornando al nostro ragionamento, è poi indiscutibile e razionale il fatto che la Toro Rosso sia un team vivaio, il cui scopo primario è quello di crescere giovani piloti e JEV sono già tre anni che è lì. Nessuno avrebbe certo gridato allo scandalo se si fosse deciso di promuovere Vergne alla Red Bull lasciando Kvyat un altro anno in Toro Rosso, ma non è questo il punto. Il team in questione è tra i pochi in grado di decidere in autonomia senza essere condizionato dalla “dote” dei piloti#per sopravvivere. Non è questo che si vuole criticare anche perché se la STR è la “scuola piloti” della Red Bull è altrettanto giusto che la classe non resti bloccata, e che un nome nuovo abbia la possibilità di subentrare ogni anno (Sarà la volta oltre a Verstappen, anche di Carlos Sainz Jr nel 2015).Va ribadito però che lo stesso Franz Tost – team principal della scuderia faentina – ha definito JEV: “Il# miglior pilota mai uscito dalla Toro Rosso che non abbia trovato poi casa in Red Bull”. Ma perché il “miglior pilota” dovrà con ogni probabilità il prossimo anno ripiegare su un’altra categoria? E torniamo al problema iniziale: due piloti che hanno dimostrato di essere validi e meritevoli della massima categoria non saranno al via il prossimo anno nel mondiale.È vero, i due menzionati non perderebbero certo il posto a causa di un pay driver alla Chilton (non ce ne vogliano i suoi tifosi) visto che il primo sarebbe sostituito da un pilota affermato e l’altro da un giovane molto più che promettente, ma la sostanza resta la stessa: i posti sono 20 e se il numero di pay driver sommato a quelli dei debuttanti inizia a farsi troppo consistente il livello medio si abbassa così come si alza la pericolosità complessiva dello sport a causa dell’inesperienza degli stessi piloti.Magari un giorno arriverà davvero la tanto sbandierata terza macchina – anche se al momento le quotazioni della proposta sembrano in fase calante – e qualcuno di questi driver in futuro potrà anche essere ripescato, ma questa non sarebbe comunque né una soluzione definitiva, né attualmente condivisa. Come risolvere dunque un problema che di fatto per la Formula 1 non è mai stato tale, visto che i soldi degli sponsor portati dai piloti hanno un ruolo fondamentale per far si che la griglia sia piena alla domenica e non vi siano solo una dozzina di auto al via?Riducendo i costi? Va bene, ma ad ogni modo ci saranno sempre i piloti che potranno permettersi di “comprare” un sedile in Formula 1 e di fronte a qualche milione di euro in più quali scuderie sceglierebbero il miglior pilota possibile rispetto al pilota pagante? Considerando anche che a certi livelli non farebbe questa grande differenza, ovvero, ragionando per estremi, un Alonso in una Caterham difficilmente potrebbe far meglio che 19° su 20.Stando così le cose sembrerebbe la classica coperta corta, ma è in realtà un problema la cui soluzione – sempre che interessi trovarla – dovrebbe partire dalle alte sfere. Occorre intervenire sui regolamenti è vero, e un primo input potrebbe essere quello di creare un percorso più severo o regolamentato da tappe predefinite per l’accesso dei giovani in Formula 1, perché sebbene lo stesso Magnussen abbia dimostrato di avere tutte le potenzialità per meritarsi la permanenza tra i grandi, manovre come quelle viste a Spa (dove a 300 all’ora ha spinto sull’erba Alonso), sono frutto di una pericolosa inesperienza generata da questa foga nel bruciare le tappe di cui si parlava.Ma non è solo una questione di regolamenti. Troppi team sono stati fin qui costretti a dotarsi di pay driver per sopravvivere e persino gli stessi big portano spesso introiti milionari (o fanno risparmiare i soldi dell’ingaggio grazie agli sponsor) alle squadre, basti pensare a Santander-Alonso (Nella foto con il recentemente scomparso Emilio Botin) o ai vari Massa, Maldonado, Grosjean o Perez solo per fare qualche nome, piloti questi ultimi la cui presenza in Formula 1 ha un paracadute confezionato da televisioni, governi o compagnie petrolifere.Ora che le squadre “materasso” – quelle introdotte senza troppe prospettive quattro anni fa per rimpolpare la griglia e che rispondevano ai nomi di HRT, Virgin (Marussia) e Lotus (Caterham) – sono praticamente tutte uscite dal mondiale, ci sarà meno spazio a disposizione per i pay driver.#Ma l’unica risposta veramente concreta al problema resta un’altro:#la Formula 1 dovrebbe tornare a interessare le grandi “case”.Porsche, Audi e Toyota (che dal WEC ringraziano per gli “scarti” della massima serie) e magari Honda e Renault oggi nel mondiale “solo” come motoristi; la BMW o ancora le grandi americane come General Motors#(Chevrolet?) e Ford. Le aziende in giro su cui puntare ci sono e queste “case” non avrebbero certo interesse nel far correre piloti con la valigia. Ma come in ogni mercato va prima migliorata l’offerta.Il problema è che a nessuno di questi grandi costruttori piacerebbe partecipare alla massima categoria per essere costantemente tra le ultime forze in pista e svalutare il proprio prodotto commerciale agli occhi del mondo. Perciò alle spalle occorre un ripensamento generale dei regolamenti in un’ottica meno cervellotica – sia quello sportivo che quello tecnico – con la possibilità di testare in pista, sperimentare e trovare soluzioni utili anche sulle auto di tutti i giorni che tanto interessano le suddette case.È forse un’utopia sperare di coinvolgere un paio di queste grandi aziende per completare una griglia di 20 automobili agguerrite, guidate dai migliori piloti al mondo e con un divario auspicabile contenuto in un secondo o un secondo e mezzo tra primo e ultimo in griglia? Si potrebbe anche rispondere di sì, dovendo però infine spiegare anche un’altra cosa: perché continuare a chiamare il nostro amato sport Formula “uno”.

12 dicembre 2014 – In questi giorni i team, la FIA e la FOM hanno discusso quali regole introdurre e quali depennare in vista della prossima stagione. Si è parlato di motori, Safety Car e sicurezza, ma qualsiasi modifica non

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