[Dopo Montezemolo] 3 dicembre 2014 – Difficile immaginare la Ferrari che verrà, quella di Sergio Marchionne. Ci si può provare, sapendo comunque di correre il rischio di andare fuoristrada, analizzando la storia professionale dei collaboratori che ha chiamato al suo fianco. Che non si limitano all’esperto Arrivabene per estendersi a personaggi di ben altra rilevanza anche se le loro storie non si sono mai incrociate con le rumorose vicende del motorsport.Sono Alice, la ragazzina che si aggira stupita nel paese delle meraviglie, Karl Popper, filosofo e Charles Osgood anchorman della CBS e apprezzato poeta. Citazioni tratte dalle loro opere hanno spesso punteggiato ed indirizzato il manager italo canadese nel cammino che ha portato una Fiat prossima al fallimento ad una FCA a suo agio tra le grandi marche mondiali dell’auto. E così si può essere ragionevolmente certi che, visti i risultati, Sergio Marchionne voglia ancora fare tesoro dei loro suggerimenti.In mancanza di fondi di caffè proviamo a leggere in chiave Ferrari le loro indicazioni. Per scoprire che tutto quello che è successo ha radici insospettabilmente lontane. A partire dalla improvviso siluramento del presidente Montezemolo.Già nel marzo del 2012 in un discorso alla Camera di commercio di Torino, il manager Fiat sembrava far suo, senza se e senza ma, il dialogo tra la regina ed Alice nel paese delle meraviglie: “qui da noi ci vuole tutta la velocità nella corsa di cui sei capace, per mantenerti nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno il doppio più veloce”. Ma già allora la Ferrari andava al passo. Altro che correre ancora più veloce. I postumi della sbronza dei cinque mondiali vinti da Michel Schumacher avevano prodotto danni irreparabili. Una iniezione di sicurezza che aveva trasformato il detto per il quale “squadra che vince non si cambia” in un più opportunista “squadra che vince si cambia perché fa ombra al capo”. E la lunga permanenza al vertice di Montezemolo stava frantumando la naturale separazione tra il ruolo del manager e quello del padrone.È l’inizio di un processo involutivo per il quale il potere è finalizzato al mantenimento di se stesso e proprio per questo vede nel cambiamento un nemico da combattere.Un atteggiamento che Marchionne non è disposto a tollerare visto che, sempre nel 2012, in un incontro con i banchieri svizzeri a Flims in Svizzera scomoda un filosofo come Karl Popper per affermare la sua fede nel cambiamento: “Il futuro è completamente aperto e dipende da noi, da tutti noi. Dipende da quello che tu ed io e molte altre persone stanno facendo e faranno. Dobbiamo diventare gli architetti del nostro destino. Ma questo significa che dobbiamo cambiare noi stessi”. Non che Montezemolo si sia tirato indietro di fronte al cambiamento, orientato però più alla parossistica diversificazione delle sue attività piuttosto che al perfezionamento della componente sportiva di una Ferrari che per rimanere a galla era costretta a gettare fuori bordo pezzi sempre più importanti del suo mito.E così si arriva alla resa dei conti di Cernobbio, nel settembre del 2014, con il botta e risposta tra Marchionne e Montezemolo, ma soprattutto con l’ennesima citazione, questa volta tratta da uno scritto di Charles Osgood, giornalista della CBS e poeta: “c’era un lavoro importante da fare, a ognuno fu chiesto di farlo. Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno lo fece. Qualcuno si arrabbiò, perché era il lavoro di Ognuno. Ognuno pensò che Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno capì che Qualcuno non l’avrebbe fatto. Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Qualcuno avrebbe potuto fare”. Un atto di accusa ed una visionaria ma puntuale descrizione di quello che era diventato il reparto corse di Maranello. Drammaticamente depauperato sul piano tecnico e politico, al punto di rendere difficile immaginare strategie credibili per la risalita.La scelta di Arrivabene testimonia della volontà di Marchionne di cominciare a lavorare sullo scenario di riferimento per renderlo più consono, anche dal punto di vista commerciale, con la marca. Ma sembra difficile poter replicare l’approccio Mercedes. Che può essere così sintetizzato: analisi delle eccellenze tecniche caratterizzanti la marca da sintetizzare in una monoposto sulla quale definire, successivamente, grazie ad un lavoro di lobby, il regolamento. Ma alla Ferrari anche in caso di recupero della influenza che la sua storia gli assegna quali sono le eccellenze su cui contare? In ogni caso ora tocca a Marchionne proporsi nel ruolo di un “Qualcuno” disposto finalmente a fare. Sul serio.

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